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Distrofia muscolare Duchenne:
Approcci nella ricerca di una terapia
Ultimo aggiornamento 17 aprile 2002
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Questa
relazione è stata scritta per quelle famiglie che hanno uno o più figli maschi
malati di distrofia muscolare Duchenne. Essa cerca di spiegare a queste
famiglie in maniera comprensibile alcuni fondamenti scientifici e i numerosi
metodi con i quali la ricerca internazionale tenta di trovare una terapia
causale, cioè una terapia scientificamente fondata, e quindi efficace,
della malattia. Le prime edizioni di questa relazione riassumevano soprattutto
i dati più importanti risultanti da rapporti e discussioni tenutisi durante la
conferenza internazionale dei National Institutes of Health nel
maggio 2000 a Bethesda vicino a Washington. Questa nuova versione della
relazione è stata scritta nell'aprile 2002 utilizzando informazioni
recenti provenienti dalla letteratura e dalla corrispondenza con molti dei
ricercatori qui menzionati. I nomi fra parentesi si riferiscono agli scienziati
più importanti e il loro indirizzo abbreviato è riportato alla fine di questa
testo. Poiché la ricerca procede avvalendosi del lavoro di gruppo, si sarebbero
dovuti menzionare molti più ricercatori di quello che si è fatto, ma purtroppo,
per ragioni di spazio, ciò non è stato possibile.
I geni e la loro funzione:
I geni sono le unità funzionali del materiale
genetico nei cromosomi nel nucleo di ogni cellula. Questo materiale è chiamato
acido desossiribonucleico, DNA, la sua struttura assomiglia ad una scala
arrotolata su se stessa, definita come una doppia elica. Le due strutture
portanti della scala sono lunghe catene composte da acido fosforico e
desossiribosio, un tipo di zucchero. I pioli della scala sono costituiti da
quattro diverse sostanze chimiche, le basi: adenina, guanina, timina e citosina
(abbreviate A, G, T, C), due delle quali sono sempre contrapposte una
all’altra. Per ragioni di spazio i pioli possono contenere solo le coppie A-T e
G-C. Se le sequenze di queste coppie di basi o lettere genetiche su un piolo
sono ad esempio:
---AGGCTTAATCGT---
la sequenza sul piolo opposto dovrà essere:
---TCCGAATTAGCA---
I due pioli sono quindi complementari uno
all’altro. L'unità dell’informazione genetica, una lettera genetica, è un
nucleotide, una delle basi attaccate ad un desossiribosio che è collegata anche
con un gruppo di acido
fosforico. Ognuna dei 100.000 milioni di cellule umane contiene nel suo nucleo
più di 6.000 milioni di lettere genetiche, raggruppate in circa 35.000 geni.
Quasi tutti i dettagli delle sequenze di queste lettere sono ora noti. E'
l’informazione genetica di un essere umano ed essa è trasmessa da una
generazione all’altra con variazioni minime o mutazioni che, quando si
verificano, possono avere conseguenze negative, ma che sono state necessarie
per l’evoluzione della vita e di tutti gli esseri viventi.
La maggior parte dei geni trasporta
l’informazione per la costruzione di una o più proteine, che consiste di
sequenze di aminoacidi, i mattoni da cui sono costituite, dei quali esistono
almeno 20 tipi differenti. La sequenza di aminoacidi è importante per la
funzione delle proteine come ad esempio gli enzimi, i catalizzatori delle
reazioni chimiche, o come controllori di altri geni o come materiale
strutturale. Nel nucleo della cellula, in cui si trovano i cromosomi, l’informazione
genetica è copiata o trascritta in un’altra sostanza genetica strutturalmente
simile, l’acido ribonucleico pre-messaggero, pre-mRNA. I geni degli organismi
multicellulari sono costituiti da sezioni attive, esoni, ed inattive, introni.
Dopo la trascrizione, gli introni, che sono spesso molto più lunghi degli
esoni, sono rimossi dal pre-mRNA, e gli esoni trascritti vengono riassemblati per formare l’RNA
messaggero, m-RNA, che viene quindi trasferito nei ribosomi, le strutture che
sintetizzano le proteine nel citoplasma delle cellule. L’RNA utilizza la base
U, Uracile, invece della base simile T del DNA. Nell’m-RNA, tre lettere
genetiche consecutive significano sempre uno dei 20 differenti aminoacidi in
accordo con una sorta di dizionario genetico, il codice genetico. Quindi, la
scrittura genetica utilizza solo 4 lettere, e le sue parole, i codons, sono
sempre lunghi tre lettere, chiamate triplette. Non ci sono spazi tra le parole,
ed esistono tre differenti stop codons, UAA, UAG, ed UGA, che avvertono che la
sintesi della proteina è terminata. Nei ribosomi, RNA ad azione catalitica,
ribozimi, usano l’informazione genetica dell’mRNA per costruire specifiche
proteine a partire dagli aminoacidi che sono trasportati ai ribosomi da un
altro tipo di RNA, l’RNA transfer o tRNA.
Il gene della distrofina e la proteina:
La distrofia muscolare Duchenne è uno
dei più frequenti disordini ereditari nell’uomo e nei mammiferi. Circa un
bambino su 3500, indipendentemente dalla razza e dalla posizione geografica,
nasce con questa malattia, che è provocata da una mutazione o da un danno del
gene della distrofina. Il gene della distrofina è stato identificato nel 1986
sul braccio corto del cromosoma X (Kunkel,
Boston) e la sua struttura è stata chiarita poco dopo. Con 2,6 milioni di basi,
esso è uno dei più grandi geni mai scoperti, se venisse disteso sarebbe lungo
ben 0.84 mm !! Solo lo 0,5% delle coppie di basi, 13.973, appartengono ai 79
esoni del gene, i quali combinati insieme contengono le sequenze attive codificanti,
l’informazione per la sintesi di diverse forme di distrofina. La trascrizione
dell’informazione genetica del gene della distrofina nell’ mRNA è sotto il
controllo di almeno 5 promoters, regioni di DNA, che comandano il processo di
riassemblamento in modo da permettere la produzione di un certo numero di
proteine diverse. Il prodotto principale è la distrofina intera, una proteina
molto lunga a forma di corda che consiste di 3685 aminoacidi (Hoffman, Washington).
La distrofina ha
un peso molecolare di 427 kDa (kilodaltons), cioè è circa 427.000 volte più
pesante di un atomo di idrogeno, è lunga 125 nm (nanometro, un milionesimo di
millimetro) e si trova all’interno della membrana della fibra muscolare cui è
ancorata tramite un complesso di molte altre proteine. La sua importanza è
determinante per la stabilità meccanica della membrana durante la contrazione
muscolare. A dispetto della sua importanza, solo lo 0.002% del peso delle proteine
muscolari è costituito da distrofina, circa 20 mg per kg di muscolo.
Il complesso della distrofina:
Con una delle sue due estremità, quella
amino-terminale, la distrofina interagisce con la β-actina all’interno
della membrana della fibra muscolare. L’altra estremità, carbossi-terminale, è
legata al α-destroglicano, che attraversa la membrana cellulare e si
collega sul lato esterno con l’α-destroglicano, questo blocca l’apparato
contrattile alla superficie extracellulare della membrana, più esattamente al sarcolemma.
L’intero complesso proteico
cui appartiene la distrofina, consiste di più di due dozzine di diverse
proteine come illustrato nella
figura.
Oltre alle proteine mostrate, molti altri
componenti di questo sistema sono stati identificati, disferlina, integrina,
telethonina, miotilina, agrina, desmuslina, syncoilina, fukutina, proteine fukutina-related,
spectrina, collagene e calpaina, alcune addirittura esistenti in più di una
forma. Inoltre l’organizzazione della β-actina non è mostrata nella figura
e ci si aspetta che in futuro verranno identificati molti altri componenti (Campbell, Iowa City).
Quando manca la Distrofina, come nel caso della
distrofia Duchenne, l’equilibrio tra le diverse parti del complesso viene
compromesso. Specialmente i destroglicani, i sarcoglicani ed i sarcospan sono
ridotti o scompaiono completamente, inoltre le proteine contrattili actina e
miosina degenerano. Ogni proteina del complesso ha il suo gene che può
anch’esso essere danneggiato a seguito di mutazioni. Questo può condurre (allo
stato attuale delle conoscenze) a 13 differenti distrofie dei cingoli, 5
distrofie congenite ed almeno altre 8 malattie neuromuscolari.
Questa descrizione riassuntiva dei dettagli
molecolari del complesso della distrofina mette in luce le difficoltà
incontrate dai ricercatori nel loro sforzo di trovare una terapia della
Duchenne.
Mutazioni ed origine della malattia:
La distrofia muscolare Duchenne è causata da
tre diversi tipi di mutazioni del gene della distrofina: delezioni, se mancano
una o più parti del gene, duplicazioni, se una o più parti sono duplicate,
mutazioni puntiformi, se si verificano cambiamenti, perdite o aggiunte di una o
più singole lettere genetiche. Dato che il meccanismo di lettura nei ribosomi
legge sempre codici di parole di tre lettere una dopo l’altra senza spazi, una
mutazione non sposta il quadro di lettura se il numero di lettere mancanti o
aggiunte può ugualmente essere diviso per tre senza che avanzino delle lettere.
In questo caso, la distrofina prodotta può essere più lunga o più corta. Se
questo cambiamento riguarda solo strutture non essenziali, come ad esempio la
parte centrale della distrofina, la proteina può ancora essere parzialmente funzionale,
come nel caso della forma più benigna, la distrofia muscolare di Becker. Se
invece la mutazione sposta il quadro di lettura di una o due lettere, allora,
nella maggioranza dei casi, una intera serie di aminoacidi sbagliati viene
incorporata nella proteina dando luogo ad una mutazione fino al punto in cui
si raggiunge un nuovo e prematuro codone di stop che mette fine alla sintesi.
In questo caso, la distrofina incompleta che ne risulta non riesce a svolgere
la sua funzione, viene quindi degradata e si sviluppa una distrofia Muscolare
di Duchenne.
Senza distrofina, la fibra muscolare
degenera. Essa viene continuamente rigenerata ma il meccanismo di rigenerazione
ad un certo punto comincia a rallentare. Le fibre muscolari distrutte vengono
rimpiazzate da tessuto adiposo e connettivo, già all’età di due o tre anni sono
visibili i primi segni della malattia. Nel punto in cui il nervo motore entra
in contatto col muscolo, troviamo un’altra proteina simile alla distrofina,
l’utrofina, anche questa contribuisce fino ad un certo punto alla stabilità
della membrana (Davies, Oxford).
Senza l’utrofina, la malattia progredirebbe in modo molto più veloce. Come
abbiamo già detto, l’assenza della distrofina disturba il delicato equilibrio
di un gran numero di altri componenti la cui natura e il cui ruolo nella
complessa architettura della fibra muscolare non sono ancora noti. Questo
influenza la patologia ed i sintomi della malattia in un modo non sempre
prevedibile.
Ereditarietà della distrofia muscolare Duchenne:
Oltre ai normali 44 cromosomi, detti
autosomi, i ragazzi hanno due differenti cromosomi sessuali in ogni cellula
del corpo, un cromosoma Y ed uno X. Se il loro gene per la distrofina sul loro
unico cromosoma X è danneggiato da una mutazione, esso non viene compensato
da un gene intatto o da un secondo cromosoma X, come succede per le mutazioni
che si verificano sugli autosomi, i quali sono sempre presenti in coppia. Per
questo motivo la distrofia Duchenne e Becker si verifica solo nei maschi. Le
donne hanno due cromosomi X nelle loro cellule. Quando presentano un gene per
la distrofina danneggiato su uno dei loro cromosomi X, il gene intatto che si
trova sull’altro cromosoma X compensa per il gene mutato, in tal modo le donne
mostrano minimi segni clinici della malattia o addirittura nessuno. Pur
tuttavia possono trasmettere la malattia, sono dei carriers genetici.
Circa due terzi dei ragazzi Duchenne
ereditano la malattia in quanto le loro madri sono dei carriers genetici, cioè
tutte le loro cellule mostrano una mutazione del gene per la distrofina su uno
dei due cromosomi X. Al momento della meiosi, la divisione delle cellule che
conduce alle cellule uovo, ogni cellula uovo riceve solo un cromosoma X. La
probabilità che questo sia il cromosoma X con il gene mutato, è quindi del
50%. Di conseguenza, il 50% dei figli sarà affetto da una DMD ed il 50% delle
figlie saranno anche loro portatrici. Queste percentuali di rischio restano le
stesse per tutti i figli, cioè non diminuiscono se la famiglia ha già un
figlio affetto dalla DMD. Se la madre è una portatrice, la mutazione può essere
iniziata sia nelle cellule germinali dei suoi genitori sia in quelle dei suoi
antenati, ad esempio una nonna materna. Dal momento che tutte le cellule di una
portatrice presentano un gene mutato, la sua situazione di portatrice potrà
essere evidenziata mediante una analisi del gene nei leucociti, i globuli
bianchi del sangue.
Circa un quarto dei casi di Duchenne
e Becker sono dovuti ad una nuova mutazione. In questo caso, la mutazione ha
avuto luogo spontaneamente in una particolare cellula uovo della madre che ha
dato origine al bambino affetto dalla DMD. Dato che solo una cellula uovo è
colpita, tutti gli altri figli di questa donna avranno il medesimo rischio che
normalmente corrono le famiglie che non hanno una storia ereditaria per questa
malattia.
Circa un decimo dei pazienti affetti
da DMD/BMD ha una madre che presenta il cosiddetto mosaicismo germinale, cioè
la nuova mutazione si è verificata in un momento iniziale durante la formazione
delle cellule germinali, e la cellula mutata ha dato origine ad un gruppo di
cellule uovo, ognuna contenente la mutazione. Dato che più di una cellula è
colpita, anche un secondo figlio potrebbe ereditare la malattia, o una figlia
potrebbe essere una portatrice.
I moderni metodi di indagine genetica non
permettono di evidenziare un mosaicismo germinale, quindi bisognerebbe offrire
una diagnosi prenatale a tutte le donne in gravidanza che hanno già avuto un figlio
affetto da DMD/BMD, non solo alle donne che sono già state diagnosticate come
portatrici (Müller-Reible, Würzburg).
Diagnostica:
Il materiale
genetico su cui viene fatta la diagnosi della DMD/BMD nei ragazzi, può essere
isolato dai globuli bianchi, i leucociti, ottenuti dal sangue. Circa il 60% dei
pazienti presentano delle delezioni e circa il 6% presenta delle duplicazioni
nel gene per la distrofina. Il riconoscimento di queste mutazioni è piuttosto
semplice dopo una moltiplicazione del materiale genetico tramite una PCR
(polymerase chain reaction). Dei pazienti che non presentano né una delezione
né una duplicazione, un 35% ha delle mutazioni puntiformi (cioè lo scambio di
una singola lettera genetica con un’altra). Per poter caratterizzare univocamente
questo tipo di mutazioni, si devono eseguire delle analisi di sequenze che al
momento non possono essere offerte comunemente. Sono però attualmente allo
studio altre metodiche che potrebbero
essere disponibili in breve tempo (Ray,
Toronto). Ci sono anche altri pazienti, tuttavia, le cui mutazioni non rientrano
in nessuno degli schemi proposti e la cui diagnosi molecolare è ancora
difficile per i ricercatori (Hoffman, Washington).
Nelle famiglie che hanno un ragazzo
Duchenne, che presenta una delezione o una duplicazione nel gene per la
distrofina, le portatrici possono essere diagnosticate tramite una valutazione
quantitativa dei test genetici. Le portatrici hanno, sui loro due cromosomi X,
una copia intatta ed una mutata del gene per la distrofina che deve essere
messo da parte. Queste determinazioni quantitative sono abbastanza complicate,
e solo laboratori genetici con una esperienza ed una dotazione strumentale
adeguata possono effettuarle in modo sicuro.
Per la diagnosi dello stato di portatrice,
l’analisi dei markers genetici, short tandem repeats, si è dimostrata efficace.
Questi markers, sono delle corte
sequenze dinucleotidiche ripetute negli introni ed in altre regioni non
codificanti del gene per la distrofina. Dato che ogni marker è abbastanza
variabile, la sua esatta struttura ed organizzazione è unica per ogni persona.
Questo permette di tracciare l’ereditarietà di un gene per la distrofina mutato
all’interno di una famiglia senza il bisogno di analisi di sequenze o del
riconoscimento della mutazione stessa (Fenwick, San Juan Capistrano).
Possibilità terapeutiche:
Per curare la Distrofia Muscolare Duchenne, la conseguenza della
mutazione che ha danneggiato il gene per la distrofina, si deve in qualche modo
bloccare o almeno diminuire la degenerazione muscolare. La ricerca sta cercando
di fare questo sia tramite una terapia genica sia tramite una terapia farmacologica.
Per Terapia genica intendiamo una tecnica che sia in grado di reintrodurre in
ogni singola fibra muscolare almeno tutte le regioni attive, gli esoni, di un
gene per la distrofina intatto, o il suo cDNA, o parte di esso, oppure che in
qualche modo tramite una tecnica genetica si possa riparare il danno specifico
del gene. Per terapia farmacologica intendiamo quando si interviene con una
sostanza chimica, un farmaco, che non ha nulla a che fare col gene, ma che
blocca o rallenta la degenerazione muscolare. In ambedue i campi sono stati
fatti notevoli progressi negli ultimi anni.
Non c’è ancora una terapia:
A dispetto di questi progressi, non esiste
ancora alcuna terapia genica o farmacologica in grado di curare un ragazzo
affetto da DMD/BMD. Solo alcuni farmaci, tre tipi di steroidi abbastanza simili
tra loro, prednisone, prednisolone, e
deflazacort, si sono mostrati abbastanza efficaci nel rallentare
per un breve periodo la degenerazione muscolare. Purtroppo, spesso possono
presentare gravi effetti collaterali (vedi il paragrafo: glucocorticoidi).
A causa della gravità della malattia, le famiglie
dei pazienti, i loro medici, e la gente in genere sono alla ricerca disperata
del più piccolo segno di speranza dalla ricerca, ed i media, principalmente i
giornali e le televisioni, tendono ad esagerare i piccoli progressi ed a
trasformarli in incredibili scoperte. Non solo i media, i ricercatori stessi
sono spesso troppo ottimisti ed annunciano il risultato di sperimentazioni
sugli animali come delle vittorie terapeutiche, generando delle false
speranze. La realtà è che, purtroppo, neanche un solo ed unico bambino è mai
stato curato dalla distrofia muscolare Duchenne. (Dubowitz, Londra).
Nei paragrafi che seguono è stato
riassunto il lavoro scientifico di circa 59 gruppi di ricercatori, per un
totale di almeno 30 differenti approcci ad una possibile terapia della DMD/BMD.
Tuttavia, bisogna ricordare, che per quanti sforzi siano stati fatti, resta
ancora una lunga strada da percorrere.
Esperimenti di trasferimento del gene per la distrofina:
E’ ragionevole credere
che il trasferimento, o il trasporto, di una quantità sufficiente di un gene
per la distrofina intatto nel nucleo di una fibra muscolare distrofica sia in
grado di curare la malattia, purché l’informazione genetica del nuovo gene
venga usata dai ribosomi che sintetizzano la proteina per produrre grandi quantità
di distrofina funzionale, la quale dovrà a questo punto migrare verso il suo
normale posizionamento sotto la membrana cellulare ed essere incorporata nel
complicato complesso distrofina-glicoproteina.
Cani e topi distrofici:
La maggior parte degli esperimenti di trasferimento genico
sono realizzati su un particolare modello animale: il topo distrofico mdx, il
quale ha una mutazione puntiforme al nucleotide 3185, nell’esone 23 del suo
gene per la distrofina. Questa mutazione provoca la sostituzione di un codon
CAA, cioè l’aminoacido glutamina, con un codon TAA, cioè uno stop codon, in
questo modo la sintesi di distrofina termina prematuramente ed il topo ha una
distrofina non funzionale nei suoi muscoli. Questi topi non perdono però i
loro muscoli, infatti, non sviluppano la fibrosi, cioè la proliferazione di
tessuto connettivo, tipica dei ragazzi Duchenne, per cui il processo
degenerativo dovuto alla malattia non supera mai la loro capacità rigenerativa.
Sebbene il trasferimento genico possa essere studiato su questi modelli,
bisogna ricordare che qualsiasi risultato ottenuto sui topi non può essere
considerato immediatamente applicabile ai bambini senza ulteriori
approfondimenti sull’uomo. Un bambino non è affatto un topo più grande !
Alcuni esperimenti sono effettuati sui
cani distrofici, i cani golden retriever muscular dystrophy, GRMD,
i quali, a differenza dei topi, hanno una
distrofia muscolare simile alla Duchenne. Essi, infatti, soffrono gli stessi
problemi dei ragazzi e, perciò, sono difficili da allevare e da mantenere. Il
loro gene per la distrofina ha una mutazione puntiforme nel sito splice
receptor dell’introne 6, che provoca una delezione dell’esone 7 nell’m-RNA, un
frame-shift ed un codone di stop prematuro.
Trasferimento genico mediante i virus:
Per trasferire un gene, occorre un
trasportatore, cioè un vettore genico. Un modo per trasferire materiale
genetico nelle cellule viventi consiste nel posizionarlo all’interno di un
virus. Essi si attaccano alla superficie di una cellula vivente, introducono
i loro geni nella cellula e costringono l’apparato di sintesi della cellula a
riprodurre altri virus. Nella ricerca sulla Duchenne sono principalmente due i
virus che vengono studiati, l’adenovirus, e il virus adeno-associato, dieci
volte più piccolo del precedente. Questi virus non possono più riprodursi
all’interno della cellula ospite, perché i ricercatori hanno eliminato la
maggior parte dei loro geni. Il Virus più promettente sembra essere quello
definito gutted, un adenovirus praticamente vuoto, che non contiene alcun gene
tipico del virus, quindi ha abbastanza spazio per le 14.000 lettere genetiche
attive, il c-DNA, che trasporta l’informazione per l’intera proteina
distrofina. Con questi virus gutted si è riusciti ad ottenere nuova sintesi di
distrofina in una quantità pari al 30% delle fibre muscolari di un topo
distrofico, seguita da un miglioramento della funzione muscolare sia in topi
giovani che adulti (Lochmüller, München; Chamberlain, Seattle).
E’ addirittura possibile introdurre due
c-DNA all’interno di questi virus gutted, e con l’aiuto di un promoter, una
sequenza genetica che attiva un gene, quasi il 100% delle fibre in alcuni muscoli
del topo ha prodotto nuova distrofina che è rimasta visibile per almeno 30
giorni (Karpati, Montreal).
I piccoli virus adeno-associati
possono trasportare solo materiale genetico che sia inferiore a 5000
nucleotidi, un terzo del c-DNA dell’intera distrofina. Il vantaggio è che essi
riescono a trasferire il gene in modo più efficace rispetto al normale
adenovirus. Lo svantaggio è che il c-DNA della distrofina, per poter essere
trasportato, deve essere accorciato in modo considerevole. I pazienti affetti
dalla distrofia muscolare di Becker, che ha una progressione molto più lenta
rispetto alla Duchenne, presentano una distrofina abbastanza simile a quella
che si otterrebbe accorciando quella originale, quindi, una terapia genica,
potrebbe eventualmente utilizzare questo tipo di Mini geni Becker e, anche se
non riuscirebbe a curare del tutto la Duchenne, potrebbe trasformarla nella
forma più benigna di Becker.
Per poter determinare quali, delle
quattro regioni della normale proteina distrofina, N-terminale, quella
"cystein-rich", la C-terminale, o la parte centrale, siano importanti e quali
no, sono stati fatti molti esperimenti,
modificando geneticamente dei topi distrofici, in modo tale che essi
presentassero una particolare distrofina abbreviata tra le nove possibili. Si
sapeva già che alcune delle regioni centrali potevano essere rimosse senza la
perdita di funzionalità. L’analisi dettagliata della struttura tridimensionale
ha rivelato quali particolari regioni tra quelle centrali possano con sicurezza
essere rimosse. Una particolare distrofina abbreviata, che era circa la metà di
quella originale, mostrava praticamente le stesse proprietà della proteina
inalterata. Il rilascio di questa e di alcune delle altre tramite virus
adeno-associati nel muscolo di topi mdx, ha prevenuto e parzialmente recuperato
i danni tipici della Duchenne. Questi risultati dimostrano che alcune modifiche
specifiche della distrofina possono generare delle nuove proteine, che sono
significativamente più corte ma più funzionali, di quelle riscontrabili
naturalmente nei pazienti affetti dalla distrofia muscolare di Becker (Chamberlain, Seattle).
Il monitoraggio ad ultrasuoni, fa in modo
che l’iniezione dei vettori, possa essere indirizzata verso un bersaglio in
modo abbastanza preciso (Mendell,
Columbus). Se circa il 30% della normale quantità di distrofina immutata
riappare, una misurazione effettuata sul diaframma dei topi è in grado di dirci
se anche la funzione muscolare risulta migliorata. Anche il trasferimento di
mini geni conduce ad un miglioramento della funzione muscolare. Inoltre, questi
esperimenti hanno dimostrato che il trasferimento genico porta a risultati
migliori negli animali giovani, il motivo sembra essere la minor comparsa di
problemi immunitari quindi, in seguito ad una singola iniezione, la nuova
distrofina sintetizzata può rimanere più a lungo nei muscoli rispetto ai topi
adulti. Dopo un singolo trattamento in un topo neonato, la nuova distrofina può
essere riconosciuta anche dopo un anno. Per una eventuale futura applicazione
nell’uomo, bisognerà tenere presente che i pazienti dovranno essere trattati al
più presto possibile dopo la nascita, quando i loro muscoli sono ancora
perlopiù intatti (Clemens, Pittsburgh).
La nuova distrofina introdotta
probabilmente non sarà riconosciuta dal sistema immunitario come propria,
quindi potrebbero verificarsi dei processi di rigetto. Sono stati fatti degli
esperimenti con i topi distrofici per sopprimere la risposta immunitaria
tramite farmaci conosciuti. Dopo aver utilizzato degli adenovirus per
trasferire un gene marker, che produce una proteina fluorescente di colore
verde, si è riusciti a dimostrare la persistenza prolungata della proteina in
topi adulti mdx ed è anche stato possibile ripetere il trasferimento genico
senza reazioni immunitarie. Questa tecnica è ora adoperata per il trasferimento
del gene per la distrofina (Clemens, Pittsburgh).
Trasferimento
genico attraverso la via ematica:
In alcuni esperimenti descritti qualche
tempo fa, sono state iniettate direttamente nel muscolo degli animali delle
soluzioni contenenti il virus che trasportava il gene per la distrofina. Per
poter raggiungere tutti i muscoli, anche quelli cardiaci e polmonari, sono
stati fatti molti esperimenti che permettessero di sviluppare un trattamento
sistemico: cioè la possibilità di iniettare il virus direttamente nel torrente
circolatorio. Per essere certi che la nuova distrofina venisse sintetizzata
solo nei muscoli è stata aggiunta una ulteriore sequenza al gene per la
distrofina che veniva inserito nei virus, il promoter CK. Questa sequenza lunga
1354 nucleotidi, è normalmente in grado di attivare il gene della proteina
muscolare protein-kinasi. Questo
promoter ci dà la certezza che il nuovo gene per la distrofina venga attivato
solo nelle fibre muscolari.
I virus si attaccano ad alcune strutture
specifiche sulla membrana cellulare, come, ad esempio, i recettori per gli
adenovirus, tramite i quali essi riescono a penetrare, attraversando la membrana,
fino all’interno della fibra muscolare. Questi recettori, tuttavia, sono più
numerosi sulle fibre muscolari in fase di sviluppo e di rigenerazione, mentre
sono inibiti e meno numerosi nel muscolo maturo, che non è più in grado di
dividersi. Per questo motivo il trasferimento genetico tramite adenovirus è
meno efficace nel muscolo maturo. Per superare questo ostacolo, sono stati
prodotti dei topi transgenici che esprimevano questi recettori in grande
quantità sulla superficie delle cellule muscolari mature. In alcuni esperimenti
preliminari tramite adenovirus che contenevano il complesso dei geni per la
proteina marker b-galactosidasi, iniettati a livello intramuscolare, si è
osservato che il trasferimento genico nel muscolo di topi che avessero una alta
concentrazione di recettori era circa 50 volte maggiore rispetto al gruppo di
controllo. Se in ulteriori esperimenti si riuscisse ad elevare, in modo
altrettanto incredibile, il livello di distrofina prodotta, si potrebbe
cominciare a pensare ad un trattamento terapeutico in due stadi: un primo
stadio in cui venga trasferito il gene per il recettore ed un secondo stadio in
cui venga trasferito il gene per la distrofina, oppure ad una separata
modulazione del gene per il recettore prima del trasferimento del gene per la
distrofina (Holland, Montreal).
Trasferimento di geni nudi:
Per questa tecnica, il materiale genetico che deve essere
trasferito non viene inserito in un
virus ma in un plasmide, una piccola struttura di DNA circolare senza proteina,
che si trova spesso in grandi quantità, nei batteri in cui sono responsabili
della maggior parte delle resistenze agli antibiotici. Il vantaggio di questo
tipo di trasferimento genico risiede nel fatto che i plasmidi non contengono
proteine, ma solo materiale genetico, cioè DNA nudo, quindi non insorge alcuna
reazione immunitaria contro il vettore. Sono stati fatti degli esperimenti con
plasmidi contenenti alcuni marker o geni "reporter", geni le cui proteine
possono essere riconosciute nel tessuto muscolare tramite colorazione o
produzione di luce, in modo tale da poter controllare facilmente il successo di
un esperimento di trasferimento genico. Quando volumi abbastanza significativi
di soluzioni di questi plasmidi venivano iniettate ad alta pressione, nelle
arterie degli arti inferiori di ratti o scimmie rhesus, i geni reporter
b-galactosidasi
e luciferasi venivano trasferiti in almeno il 20% delle fibre muscolari dopo
una singola iniezione e in almeno il 40% dopo iniezioni ripetute. La pressione
veniva creata bloccando il deflusso venoso dall’arto inferiore per un breve
tempo. Sono attualmente in corso esperimenti per trasferire il gene della
distrofina nel topo mdx, nelle scimmie e nei cani GRMD - Golden Retriever
(Wolff, Madison; Braun, Strasbourg).
Trials clinici sui plasmidi:
In Francia è iniziato, nel settembre 2000, un
trial clinico in "fase clinica 1" effettuato su nove pazienti Duchenne maggiori
di 15 anni; si è utilizzata una somministrazione intramuscolare di plasmidi
contenenti il gene per la distrofina ed i promoters. Questo studio in fase 1 è
necessario per stabilire la sicurezza delle procedure, ad esempio per
determinare se esiste il rischio di infiammazione o di reazioni immunitarie
come pure per verificare se veniva o meno prodotta nuova distrofina, secondo
le informazioni fornite dal gene traferito. E’ stata quindi iniettata una sola
volta, nel muscolo dell’avambraccio dei primi tre pazienti, una soluzione
contenente 200 µg (milionesimi di grammo) di plasmidi con 10 trilioni (1012)
copie del gene per la distrofina. Questa è una quantità estremamente piccola paragonata
a quella utilizzata negli animali da esperimento. I 3 pazienti successivi
hanno ricevuto una dose di 600 µg e gli ultimi 3 due dosi da 600 µg ognuna. La
principale preoccupazione è stata la sicurezza dei pazienti, quindi ogni
paziente viene trattato solo quando si è certi che i pazienti precedenti non
mostrano alcun segno di intolleranza immunitaria. E’importante sottolineare
che in questa fase dello studio, i partecipanti non godranno di alcun beneficio
terapeutico, non è ancora infatti un trattamento terapeutico. Questa prima
sperimentazione finirà intorno agli ultimi mesi del 2002
(Braun, Strasbourg; Fardeau, Paris).
Sperimentazioni per superare i problemi immunologici:
Dal momento che
il plasmide non contiene alcuna proteina, il trasferimento genico con questo
particolare DNA nudo permette anche di esaminare potenziali problemi legati
alla risposta immunitaria nei confronti della nuova distrofina senza
l’interferenza di altre proteine che potrebbero essere state introdotte con altri
metodi di trasferimento genico che utilizzino vettori virali o cellulari. Gli
studi sul topo mdx hanno dimostrato che la risposta immunitaria di solito è
diretta verso la distrofina umana ma non verso la distrofina del topo, pur
mancando la distrofina normale nel muscolo dei topi. La mancanza di una
risposta immunitaria verso la distrofina del topo potrebbe essere dovuta alla
presenza di altre forme di distrofina. Questi risultati suggeriscono che la
risposta immunitaria al trasferimento del gene potrebbe anche non costituire un
grave problema nei pazienti Duchenne, specie in coloro i quali presentano
delle mutazioni puntiformi che non interferiscono con la sintesi di altre forme
di distrofina. Gli attuali lavori di sperimentazione sono concentrati sulla
determinazione di quali altre forme di distrofina debbano essere presenti per
indurre una tolleranza immunitaria all’apparire della nuova distrofina
muscolare dopo il trasferimento genico
(Wells, London, aggiornamento aprile 2002).
Cellule staminali:
Le cellule staminali esistono in molti tessuti, anche nel muscolo
scheletrico e nel midollo. Esse sono cellule non-specializzate che possono dare
origine a molti tipi di cellule specializzate, ad esempio le cellule staminali
del midollo possono dare luogo a vari tipi di cellule ematiche e le cellule
staminali del muscolo possono originare nuove cellule muscolari. Queste
cellule pluri-potenti sono delle cellule somatiche, o cellule staminali
adulte, a differenza delle cellule staminali embrionali che sono invece
toti-potenti e quindi possono dare origine a tutti i tipi di cellule. La
ricerca di una terapia della Duchenne con le cellule staminali
utilizza solo cellule staminali adulte
provenienti da animali da esperimento, questo a causa dei problemi etici
connessi all’uso di cellule staminali embrionali umane.
Sperimentazioni con cellule staminali dal midollo:
E’ stata iniettata nella vena della coda di topi femmine omozigoti mdx,
che non hanno distrofina, una quantità pari a circa 10/20,000 cellule staminali
purificate provenienti dal midollo di topi normali. Tre mesi dopo, è stato
possibile evidenziare la distrofina in almeno il 10% delle fibre muscolari, e
almeno il 10% dei nuclei delle cellule avevano un cromosoma Y come prova che le
cellule sane iniettate si erano fuse con le cellule muscolari malate. Esse
erano arrivate a destinazione tramite
la circolazione sanguigna ed avevano portato con sè l’informazione normale per
la distrofina che quindi era stata utilizzata per produrre distrofina funzionale.
Tuttavia, non è stato possibile aumentare oltre il 10%, inizialmente ottenuto,
il numero delle cellule muscolari contenenti la nuova distrofina (Kunkel, Boston).
Sono stati fatti esperimenti anche per
vedere se un trapianto di midollo da topi normali potesse produrre, in topi
distrofici "mdx4cv" nuove cellule
muscolari contenenti distrofina. Questi topi hanno uno stop-codon nell’esone 53
e, a differenza dei topi mdx con la mutazione all’esone 23, riescono a
rigenerare spontaneamente solo pochissime fibre muscolari, le fibre revertanti,
che contengono distrofina normale. Dieci mesi dopo l’iniezione di 15 milioni
di cellule non purificate provenienti dal midollo in questi topi, il cui
midollo era stato distrutto per mezzo di radiazioni, non più dell’1% delle
fibre muscolari mostrava nuova distrofina. Quindi, un trapianto totale di
midollo, non riesce ad alleviare una distrofia muscolare nei topi. I
ricercatori hanno sottolineato, tuttavia, che i loro risultati non
necessariamente dimostrano che la stessa tecnica sarebbe inefficace nei
ragazzi, dal momento che la malattia è differente nei topi e nell’uomo (Mavilio, Modena).
Esperimenti simili sono stati fatti anche
in giovani cani GRMD. Alcuni degli animali trattati sono già cresciuti. Sono
quindi state pianificate delle estensive biopsie per determinare se i loro muscoli
ora contengono nuova distrofina. Dato che la distrofia di questi cani è più
simile alla forma umana, rispetto a quella dei topi, i risultati saranno più
rappresentativi di quanto potrebbe accadere se si applicasse questa tecnica
nei ragazzi Duchenne (Storb, Seattle).
Sperimentazioni
con cellule staminali provenienti dal muscolo scheletrico:
Alcune cellule
staminali derivate dal muscolo sono state isolate dal muscolo scheletrico di
topi distrofici mdx, quindi sono state trattate aldifuori dell’animale con un
vettore virale che trasportava un mini-gene per la distrofina e, successivamente
re-iniettate nella vena
della coda del topo distrofico. Dopo 7 giorni è stata evidenziata una piccola
percentuale di distrofina nei muscoli degli arti posteriori. Questo significava
che alcune delle cellule staminali trattate geneticamente erano riuscite in
qualche modo ad arrivare nel tessuto muscolare. Alcune cellule erano anche
riuscite a migrare, attraverso il flusso ematico in altri organi, incluso il
midollo. Etichettando con un gene reporter alcune cellule staminali muscolari
purificate, provenienti da topi normali, e re-iniettandole nel topo mdx il cui
midollo era stato distrutto, esse erano in grado di differenziare e di
cominciare a produrre distrofina nel muscolo scheletrico. Esse, inoltre,
riuecivano a trasformarsi anche in vasi sanguigni e tessuto nervoso. Quindi,
tali cellule, contribuiscono in vari modi alla rigenerazione di muscolo
funzionale e di altri tessuti che normalmente contengono la distrofina che
manca invece negli animali distrofici e nei ragazzi Duchenne (Huard, Pittsburg).
Trapianto di mioblasti:
Intorno al 1990-1991, sono stati fatti una serie di studi clinici
su bambini Duchenne con una tecnica che aveva mostrato qualche risultato
positivo sui topi mdx: alcuni mioblasti, i precursori delle cellule muscolari
che possono produrre delle cellule muscolari mature, provenienti da un donatore
sano e quindi contenenti il normale gene per la distrofina, sono stati
iniettati direttamente in vari punti nel muscolo distrofico. Questi
esperimenti non hanno avuto successo
nei ragazzi Duchenne, perchè i mioblasti non migravano in quantità sufficiente
dal sito di iniezione, oltre a questo si verificavano dei problemi immunitari
ma, soprattutto, quasi tutti i mioblasti iniettati morivano dopo un breve tempo
(Karpati, Montreal).
Gli esperimenti sono ancora in corso, e
si sta cercando di chiarire come mai sopravviva solo una quantità inferiore
all’1% dei mioblasti iniettati nel muscolo distrofico. Queste poche cellule sembrano
comportarsi come delle cellule staminali. Per poter isolare questi mioblasti
attivi è necessario sviluppare delle tecniche di riconoscimento più efficaci.
Per questo motivo sono allo studio alcune strutture di superficie, i cosiddetti
markers, che potrebbero permettere di distinguere queste cellule da quelle
inattive (Partridge, London).
Terapia
genica ex-vivo tramite i mioblasti, primi passi:
Isolando i mioblasti da
un paziente Duchenne, introducendo in essi il gene corretto per la distrofina e
re-iniettandoli si potrebbe probabilmente prevenire la maggior parte dei
problemi immunologici. Ma per far si che che una simile terapia genica somatica
ex-vivo possa avere una possibilità di successo, bisogna migliorare in modo
significativo la sopravvivenza dei mioblasti nel tessuto muscolare dopo il
trapianto. Questo potrebbe essere ottenuto facendo si che i mioblasti riescano
a sintetizzare, almeno per un certo periodo di tempo, degli agenti anti-infiammatori
o dei fattori di crescita. Quindi, bisognerebbe introdurre nei mioblasti,
prima del trapianto, dei geni che codifichino per questi agenti. In alcuni
esperimenti preliminari è stata usata una elettroporazione per trasportare dei
plasmidi contenenti dei geni per una proteina fluorescente attraverso la
membrana cellulare di mioblasti umani in coltura. Questa tecnica rende temporaneamente
permeabili le membrane con uno stimolo elettrico, ad esempio 400 V attraverso
un varco di 4mm. In condizioni ottimali, fino al 70% dei mioblasti vengono
trasferiti col gene ed esprimono la proteina marker. L’abilità dei mioblasti a
fondersi in miotubi, un altro stadio dello sviluppo muscolare, non viene
compromessa. Quindi, le terapie geniche basate sulla correzione del gene e sul
trapianto di mioblasti umani potrebbe trarre qualche beneficio dal trasferimento
genico tramite elettroporazione (Bernheim, Genève).
Cambiare
l’informazione genetica:
Sono stati fatti degli esperimenti allo scopo
di cambiare l’informazione genetica danneggiata e riparare la mutazione. Questa
tecnica avrebbe quattro importanti vantaggi: (1) Potrebbe essere evitato il
rischio di un trasferimento mediato da virus. (2) Potrebbe essere riparata non
solo la distrofina a livello muscolare ma anche tutte le altre forme. (3)
Potrebbe essere mantenuta la regolazione "tessuto-specifica" tipica della
distrofina normale. (4) La manipolazione degli agenti terapeutici, gli
oligonucleotidi, potrebbe essere più facile ed economica rispetto ai vettori
virali che trasportano il materiale genetico. Gli oligonucleotidi sono brevi
specifiche sequenze di DNA, formati da pochi nucleotidi e che possono essere
creati in modo automatico.
Tre tipi di strategie sono state
applicate finora: (1) Riparazione della mutazione a livello del gene stesso.
(2) Modifica dell’informazione genetica durante la Trascrizione nel RNA tramite
la tecnica "exon skipping". (3) Fare
in modo che venga ignorato un prematuro "stop codon".
Riparazione del gene:
I tentativi di riparare
le mutazioni puntiformi a livello del gene sono stati fatti usando alcuni brevi
oligonucleotidi chimerici, questi
contengono sia RNA che DNA. Il braccio che contiene DNA è perfettamente
complementare alla corretta sequenza genica nel sito della mutazione
puntiforme del gene, mentre la porzione contenente RNA è perfettamente complementare
alla sequenza mutante. Questo
porta a strutture quadruplici appaiate, che sono capaci di correggere mutazioni
così piccole attivando il meccanismo biologico di riparazione del DNA proprio
della cellula. Con questa tecnica, è stato iniettato un DNA-RNA
oligonucleotide, complementare al sito della mutazione trovato nel gene della
distrofina di cani GRMD, in un cane di
6 settimane affetto da MD. I muscoli trattati hanno mostrato: (1) Evidenza
della ricostituzione dell’esone che mancava a causa della mutazione. (2)
Ricostituzione della regione della proteina codificata dall’esone mancante
compresa la distrofina completa che è stata
riscontrata nella sua localizzazione corretta a livello della membrana
muscolare. (3) La cosa più importante, inoltre, dimostrava che il gene sul
cromosoma X era stato corretto. La riparazione della mutazione si è mantenuta
in questo cane per circa un anno. (Bartlett, Bethesda).
In un esperimento simile, è stata
riparata in vitro la mutazione puntiforme nell’esone 23 di mioblasti
provenienti dal topo mdx, questi mioblasti, inoltre, si erano fusi in miotubi
che avevano prodotto una normale completa distrofina. Due settimane dopo una
sola iniezione di oligonucleotidi nel muscolo di topi mdx, l’1.2% delle fibre
inotrno al sito di iniezione contenevano nuova distrofina che non era
distrofina dele fibre dette revertanti, come ad esempio la normale distrofina
dopo una spontanea soppressione della mutazione. Questa quantità di nuova
distrofina è restata stabile per almeno 10 settimane
(Rando, Palo Alto).
Exon skipping:
Con questa tecnica si cerca di cambiare una mutazione tipica di
una Duchenne in una mutazione tipica delle Becker. Questo può essere fatto
inducendo un meccanismo di "splicing",
che elimina gli introni dall’RNA-pre-messaggero per eliminare anche uno o più
esoni specifici in modo che l’informazione genetica oltrepassi un mutazione puntiforme
oppure che venga ripristinato il "frame" di lettura intorno ad una delezione genomica
che provoca una lettura
"out-of-frame". Il gene con la sua mutazione non viene alterato tramite l’exon skipping,
ma in questo modo l’RNA
messaggero, mRNA, non contiene più l’informazione dell’esone che è stato oltrepassato.
Dato che l’mRNA è più corto del normale, anche la distrofina sarà più corta,
contiene meno aminoacidi. Se gli aminoacidi mancanti appartengono alla regione
centrale della distrofina, essi non sono fondamentali, la proteina risultante
può ancora assolvere il suo compito di stabilizzare la membrana della fibra
muscolare. Il risultato di questo processo potrebbe condurre a trasformare una
forma Duchenne in una forma più leggera del tipo Becker.
Questo approccio è stato usato per
oltrepassare il difetto del singolo nucleotide, la mutazione puntiforme,
nell’esone 23 del topo mdx. Un nucleotide antisenso, che consiste
di 25 nucleotidi complementari alla sequenza RNA
del pre-mRNA in una delle regioni di confine dell’esone 23, è riuscito ad
indurre lo skipping, cioè il salto, di
quell’esone contenente la mutazione durante il processo di splicing.
L’informazione genetica dell’esone 23 del gene, che codifica per 71 aminoacidi
nel dominio rod, è stata quindi saltata durante il processo di lettura. I
nucleotidi antisenso sono stati impacchettati in liposomi, cioè circondati da
un involucro di lipidi, ed iniettati nel muscolo di topi vivi. Dopo 2/4
iniezioni ad intervalli di una settimana, questi esperimenti in-vivo hanno
condotto alla produzione di distrofina che, insieme ad altri componenti del
complesso del complesso della distrofina, si sono localizzati correttamente a
livello della membrana delle cellule muscolari. Ulteriori esperimenti sono
tuttora in corso per migliorare la potenza di questi nucleotidi antisenso.
(Wilton, Perth).
Alcuni oligo-ribonucleotidi antisenso
particolarmente stabili sono stati creati bloccando i gruppi liberi –OH, dello
zucchero Ribosio del RNA, con gruppi metilici. Con questi oligonucleotidi
modificati si è riusciti a provocare uno skip, in colture tessutali di topi
mdx, in quasi il 70% dell’esone 23 dell’mRNA della distrofina. La tecnica
funziona anche nel topo vivente, con una efficacia minore, e riesce a dare un
nuovo impulso alla formazione di distrofina nel muscolo
(Dickson, London).
L’esone 45 del gene della distrofina è il
singolo esone con la più alta percentuale di frequenza di mutazioni nei ragazzi
affetti da Distrofia Duchenne. Questo causa uno spostamento di frame
(frame-shift) nel mRNA ed un codice di
stop prematuro, questo provoca la formazione di una distrofina troncata e non
funzionale che viene quindi degradata all’interno della fibra muscolare.
Tuttavia, se entrambi gli esoni 45 e 46, sono mutati il frame di lettura non
viene cambiato, non viene spostato, questo provoca la formazione di una
distrofina più corta del normale, cui manca un blocco di 108 aminoacidi non
essenziali appartenenti alla regione mediana della proteina mancante. I pazienti
che hanno questo tipo di delezione presentano i sintomi più deboli di una
distrofia di Becker.
Sono stati fatti degli esperimenti
in vitro per provocare una delezione specifica dell’esone 46 dal pre-mRNA della
distrofina di miotubi di topi mdx, lo studio ha avuto successo utilizzando 4
differenti RNA-oligonucleotidi antisenso specifici per una sequenza regolatoria
di splicing all’interno dell’esone 46. Quindi, sono stati effettuati degli
esperimenti simili con diversi RNA-oligonucleotidi antisenso specifici per una
sequenza analoga nell’esone umano 46. Con uno di essi, formato da 19
nucleotidi, è stato possibile provocare una delezione dell’esone 46 in circa
il 15% del pre-mRNA della distrofina di miotubi ottenuti da due pazienti che
avevano una delezione dell’ esone 45. Questa percentuale di m-RNA accorciato,
senza l’esone 45 e 46, ha prodotto una quantità normale di distrofina
accorciata in almeno il 75 % dei miotubi. Dopo 24 ore, la nuova distrofina era
distribuita omogeneamente all’interno dei miotubi, ma dopo 48 ore essa si era
spostata verso la membrana dei miotubi ed è rimasta in loco per molti giorni.
Questa tecnica è molto specifica, infatti
provoca la rimozione del solo esone 46. Con la stessa tecnica, è stato indotto
il salto dei seguenti nove esoni (2, 19, 29, 41, 43, 44, 47, 50, e 51) in cellule
muscolari in coltura. Quindi, questa strategia molto promettente, provata in
esperimenti in vitro, potrebbe in seguito convertire una Duchenne in una Becker
in circa il 65% dei pazienti con delezioni. Ci sono studi in corso che stanno
prendendo di mira altri esoni e stanno sperimentando i metodi per riparare
una varietà di altre mutazioni, comprese le duplicazioni e le mutazioni puntiformi.
Inoltre, la stessa tecnica è stata usata per saltare l’esone 46 nelle fibre
muscolari di topi viventi, con una efficienza di circa il 10%. Diversi metodi
per il rilascio in-vivo di nucleotidi antisenso sono attualmente allo studio,
non solo per migliorare ulteriormente l’efficienza dell’exon skipping ma anche
per permettere un futuro trattamento sistemico del muscolo distrofico nel paziente
Duchenne (van Ommen, van Deutekom, Leiden).
I siti di "Splice" sono specifiche sequenze di RNA ai margini degli esoni e
degli introni che sono essenziali per la corretta rimozione delle sequenze non
codificanti degli introni dal pre-mRNA. L’RNA
premessaggero, pre-mRNA, è il primo prodotto di un gene attivo; dopo la
rimozione delle sequenze dell’introne tramite splicing esso divemta RNA
messaggero, mRNA, che si sposta ai ribosomi dove svolge la funzione di
trasportatore dell’informazione per la sintesi proteica. I mioblasti, o
cellule satellite, fondono in miotubi i quali sviluppano in cellule muscolari
adulte.
Exon skipping spontaneo:
Un ragazzo Duchenne
con una delezione nell’esone 45 era ancora in grado di camminare all’età di 14
anni. Quando aveva circa 18 mesi, era stato sottoposto ad un trapianto ed
aveva ricevuto cellule staminali del midollo dal padre, perchè in quel momento
era affetto da SCID (severe combined
immuno deficiency). Questo ha sollevato la questione se le sue cellule
muscolari contenessero o meno distrofina normale costruita tramite
l’informazione genetica proveniente dalle cellule staminali sane del midollo di
suo padre. Le ricerche su nuovo materiale bioptico, tuttavia, hanno ora
mostrato che i sintomi più lievi non dipendevano dal trapianto ma da un exon
skipping causato dalla speciale natura della sua delezione. Inoltre, le sue
cellule muscolari contengono alcuni nuclei cellulari che provengono dalle
cellule del padre che attualmente continuano a produrre livelli molto bassi
di distrofina normale. Quindi, le cellule del midollo contribuiranno certamente
alla riparazione della fibra muscolare, ma non in maniera sufficiente ad
alterare il corso della malattia in modo significativo
(Kunkel, Boston).
Ricombinazione omologa:
La mutazione puntiforme nel gene della distrofina nel topo mdx
potrebbe essere riparata nel 15-20% di
mioblasti isolati tramite addizione di un segmento di DNA di 603 nucleotidi con
la corretta sequenza al sito di mutazione. Parte del nuovo segmento del gene è
stato scambiato con un segmento omologo contenente la mutazione da C a T
nell’esone 23 del topo. Questa tecnica di ricombinazione di un breve frammento
omologo (short fragment homologous recombination, SFHR) ora viene
applicata ai mioblasti isolati da pazienti Duchenne con
delezioni negli esoni da 45 a 51 e 13. Se si mostrerà efficace questa tecnica
potrà riparare il disturbo nella lettura del frame e quindi permetterà la
reintroduzione di mioblasti corretti nel muscolo dello stesso paziente (Kapsa, Melbourne).
Ignorare
uno stop codon tramite l’uso di antibiotici:
Circa un 5% di ragazzi
Duchenne hanno una mutazione puntiforme nel loro gene per la distrofina che ha
trasformato il codice di un aminoacido in uno dei tre tipi di stop codons, TGA,
TAG and TAA, quindi, dopo la trascrizione in mRNA, la sintesi di distrofina si
ferma prematuramente. La gentamicina
è un antibiotico che fa si che il meccanismo di traslazione dell’RNA nei
ribosomi ignori tali stop codons prematuri. Mentre i normali stop codons, che
sono protetti da una speciale struttura tridimensionale, mantengono la loro
normale funzionalità.
Nel topo mdx, in questo modo, si è
riusciti ad ottenere fino al 20% della normale quantità di nuova e funzionale
distrofina. La gentamicina ha il vantaggio di essere un farmaco ben conosciuto
le cui procedure di approvazione per l’uso in una possibile terapia della
distrofia muscolare potrebbero essere più rapide (Sweeney, Philadelphia).
Sono stati fatti due studi con
gentamicina su ragazzi Duchenne, sono stati iniettati 7.4 mg di gentamicina per
kg al giorno per 14 giorni. A Bethesda, sono stati trattati 2 ragazzi Duchenne
e 2 Becker, a Columbus 10 Duchenne e 3 affetti da distrofia dei cingoli. Al
termine dello studio non è stata evidenziata nuova distrofina, ma i livelli di
creatinkinasi, molto elevati all’inizio dello studio, erano diminuitii in
maniera significativa e sono rimasti a livelli bassi per un certo periodo, ciò
indica che il farmaco ha un certo effetto sulla membrana della fibra muscolare.
Probabilmente il periodo di 14 giorni non è stato sufficiente per poter vedere
un effetto significativo sulla sintesi di distrofina.
Perciò, è stato avviato un altro studio più lungo con 36
pazienti è attualmente in corso a Columbus, in questo studio verranno praticate
delle somministrazioni endovenose di Gentamicina ogni tre giorni per 6 mesi.
Saranno inclusi anche alcuni pazienti con codoni di stop in seguito a mutazioni
"frame-shift" (Mendell, Columbus; Fischbeck, Bethesda).
La gentamicina, tuttavia, può provocare
gravi effetti collaterali, come danni all’orecchio interno e danni renali.
Questi effetti possono essere evitati tramite delle modifiche della struttura
del farmaco e controllando frequentemente i pazienti. Altri antibiotici simili
alla gentamicina sono stati provati con qualche successo nei topi mdx, come ad
esempio la negamicina (Matsuda, Tokyo), e la
geneticina (Flanigan, Salt Lake City).
Attivazione dell’utrofina:
L’Utrofina è una proteina simile alla distrofina.
Nell’uomo, il suo gene è situato sul cromosoma 6, ha molti esoni come il gene
della distrofina e contiene circa 1 milione di nucleotidi. La proteina utrofina
è circa un 7% più corta della distrofina ma ha una struttura ed una funzione
molto simile. Essa è presente in molti tessuti, anche nel muscolo, ma si
concentra particolarmente alle giunzioni neuromuscolari, le regioni in cui i
nervi motori entrano in contatto con la membrana muscolare. Prima della
nascita, la concentrazione di utrofina nel muscolo è più alta. Questa proteina,
anche quando è presente solo in piccole quantità, riesce ad alleviare i sintomi
della distrofia Duchenne. Infatti i topi mdx, nei quali il gene dell’utrofina è
stato bloccato artificialmente (knocked out), i quali quindi non hanno nè
distrofina nè utrofina, presentano sintomi molto gravi rispetto ai normali topi
mdx i cui muscoli neanche degenerano.
Gli studi sui topi mostrano che l’utrofina,
se presente in quantità sufficiente, può rimpiazzare la distrofina ed assumere
la sua funzione. La distrofia muscolare nei topi mdx è stata praticamente
curata in questo modo. Questo è stato ottenuto tramite l’introduzione di un
minigene dell’utrofina nella linea germinale, una tecnica che però non può
essere usata nell’uomo (Davies, Oxford).
Per una possibile terapia della Duchenne,
è stata seguita un’altra strategia che potesse aumentare il livello (di solito
molto basso) di utrofina tramite l’up-regulation (sovra-regolazione)
dell’attività del suo gene. Per fare questo, è richiesta una sostanza che
funzioni da attivatore, potrebbe essere un farmaco, oppure una sostanza chimica
o naturale, che vada a modificare uno dei due promotori dell’utrofina. Usando
alcuni sistemi di test automatici in vitro, sono stati testati migliaia di
composti chimici, alcuni di essi creati artificialmente in modo automatico
tramite chimica combinatoria, riguardo alla loro capacità di sovra-regolare
il gene della luciferasi, più semplice da misurare rispetto all’utrofina.
Qualsiasi prodotto si sia mostrato interessante in questi tests preliminari
sarà ulteriormente investigato riguardo alle sue potenzialità di attivazione
del gene per l’utrofina (Davies, Oxford).
Una compagnia privata, a Basel, sta
testando vari gruppi di sostanze farmacologicamente attive, sintetiche o
naturali, per verificarne la capacità di sovraregolare l’utrofina. Questi test
vengono svolti su muscoli umani normali e distrofici, in colture di cellule
muscolari ottenute da biopsie. I primi
risultati indicano che molti glucocorticoidi, tra cui il prednisone, possono
sovraregolare l’utrofina. Ma a causa dei loro effetti collaterali, questi
farmaci non saranno probabilmente utilizzabili a lungo termine nella Duchenne.
Basandosi sull’osservazione che alcune erbe tradizionalii cinesi avevano
mostrato effetti lievemente positivi sulla Duchenne, sono stati isolati diversi
principi attivi da queste misture, tra i quali uno cretamente era in grado di
sovraregolare l’utrofina. Tuttavia il composto ha mostrato una attività
simil-cortisonica e quindi probabilmente potrebbe causare ugualmente effetti
collaterali. La compagnia sta ora lavorando
su molecole con sono in grado di sovraregolare l’utrofina senza avere gli
effetti collaterali tipici dei cortisonici. (Meier, Basel).
Come in altri mRNA, una regione alla fine
del mRNA dell’utrofina non viene traslata nella proteina. Questa regione
dovrebbe contenere delle sequenze regolatorie che sembrano stabilizzare l’mRNA
e dirigerlo specificamente al sito delle giunzioni neuromuscolari nella
membrana delle cellule muscolari scheletriche. Potrebbe essere possibile
trovare delle sostanze che possano essere in grado di intervenire su questi
eventi rendendo possibile una omogenea distribuzione dell’utrofina in tutta la
membrana muscolare come di solito fa la distrofina (Jasmin, Ottawa).
Sono stati creati dei topi mdx
transgenici che esprimono utrofina solo se ricevono della tetraciclina
nell’acqua che bevono. Grazie a questi topi, sono stati sviluppati un certo
numero di tests fisiologici standardizzati che saranno importanti per valutare
l’effetto dell’utrofina sovraregolata e quali possano essere utilizzabili in
maniera diffusa, in modo tale da poter comparare obbiettivamente i risultati
ottenuti in diversi laboratori (Gillis, Bruxelles).
Un’altra promettente osservazione è che
le infiammazioni croniche di basso grado nei muscoli di topi mdx portano ad una
marcata sovraregolazione dell’utrofina nelle regioni della membrana lontane
dalle giunzioni neuromuscolari. Questo ha condotto infatti ad una mitigazione
dei sintomi distrofici (Karpati, Montreal).
Ci sono due vantaggi nel sovraregolare il
gene dell’utrofina: (1) Le piccole quantità di utrofina, già presenti anche nei
ragazzi Duchenne, farebbero in modo che
il sistema immunitario possa riconoscere l’utrofina come una sostanza
già conosciuta e non ci sarebbero problemi di rigetto. (2) Un ulteriore
vantaggio è che un farmaco che sia in grado di sovraregolare il gene potrebbe
raggiungere tutti i muscoli e non solo quelli raggiungibili tramite una
iniezione intramuscolare.
Tuttavia, una sostanza che attivi il
gene dell’utrofina, potrebbe provocare anche l’attivazione di altri geni,
anche se ci sono esempi di sovraregolazioni che avvengono senza alterazione
di altri geni. La selezione accurata nell’ambito delle sostanze che funzionano
da attivatori, dovrebbe renderci sicuri che una futura applicazione terapeutica
non produrrà effetti collaterali indesiderabili.
Sintrofina:
Le cinque forme
di sintrofina conosciute sono proteine che mediano l’interazione di proteine
segnalatrici con il complesso della distrofina e dell’utrofina a livello
della membrana della cellula muscolare. Gli studi su topi che mancano di
a-sintrofina suggeriscono
che questa forma partecipi sia nella regolazione
della sintesi dell’utrofina sia nell’assemblaggio del complesso dell’utrofina
nella membrana della cellula muscolare. Comprendere questi effetti fin nei
dettagli potrebbe rislutare utile nel cercare una terapia della distrofia
tramite l’utrofina (Froehner, Chapel Hill).
Sovraregolazione dell’Integrina:
Ci sono un certo numero di integrine, proteine che connettono
le fibre muscolari fra loro e con la lamina basale che le circonda e che
partecipano anche alla trasmissione di segnali da una cellula all’altra. I
pazienti Duchenne e Becker hanno una quantità maggiore di
α7β1-integrina rispetto alla norma ed è stato suggerito che questo
possa rallentare la malattia. Nei topi gravemente distrofici che non hanno nè
distrofina nè utrofina, la catena a7
dell’integrina che proveniva da ratti
era espressa nei topi transgenici con il
promoter creatin kinasi come attivatore e conduceva ad una maggiore quantità
della subunità β1. Questa manipolazione genetica ha aumentato
l’α7β1-integrina di due o tre volte rispetto alla norma, con la
conseguenza di estendere la longevità dei topi di circa tre volte, ridurre la
cifosi, mantenere la mobilità e la struttura delle giunzioni neuromuscolari.
Perciò una quantità maggiore di questa
particolare forma di integrina può aiutare la membrana cellulare del muscolo a
rimanere intatta compensando per i difetti causati dalla distrofina e
dall’utrofina mancanti. Le strategie per aumentare l’integrina nei ragazzi Duchenne,
come possibile terapia
per alleviare i sintomi della malattia, potrebbero comprendere l’inserzione di geni
addizionali per l’integrina,
o un trattamento farmacologico che possa sovraregolare l’attività del gene
dell’integrina α7 già esistente sul cromosoma 12.
(Kaufman, Urbana).
Leupeptina:
Questo è un
tripeptide, che consiste di tre aminoacidi, che inibisce l’enzima calpaina. La
calpaina distrugge le proteine quando il calcio entra in modo incontrollato
nelle fibre muscolari, come avviene nella distrofia Duchenne e in altre
malattie neuromuscolari. Collegando la leupeptina con la carnitina, l’effetto
inibitore è addirittura maggiore. In esperimenti con scimmie e topi la
degenerazione muscolare è stata inibita. Per il 2002 sono pianificati dei
trials su pazienti. Il farmaco può essere somministrato oralmente piuttosto
che per iniezione. E’ possibile che anche la degenerazione muscolare tipica di
altre malattie possa essere influenzata da questo trattamento (Stracher, Brooklyn).
Stabilizzatori di membrana:
La sostanza sintetica Polaxamer 188 (P188), che condivide molte delle
proprietà chimiche delle membrane, è
stata usata per stabilizzare i globuli rossi in un tipo di anemia e per prevenire
danni al muscolo cardiaco durante
un arresto cardiaco. Dato che la mancanza di distrofina porta ad un danno
fisico della membrana muscolare, il p188 potrebbe essere usato per proteggere
le fibre muscolari dall’effetto delle stress fisico. Sono in corso delle sperimentazioni
sui topi mdx (Quinlan, Cincinnati).
JNK1:
In topi senza
distrofina e senza la proteina muscolare MyoD, viene attivata la proteina di
segnale JNK1 e provoca l’apoptosi, un suicidio della cellula, che porta alla
degenerazione delle cellule nella distrofia Duchenne. Questo effetto deleterio
è dovuto alla inattivazione della proteina muscolare NFATc1. L’iniezione
diretta nel muscolo della proteina inibitore JIP1, inserita in un adenovirus,
ha rallentato in maniera estremamente significativa la distruzione delle
fibre. Attualmente, dei peptidi specifici, cioè piccoli pezzi di proteine,
diretti contro la proteina JNK1 sono allo studio come una possibile terapia per
fermare la degenerazione del muscolo nella Duchenne
(Megeney, Ottawa).
Ossido nitrico sintasi:
Nei topi mdx e nei pazienti Duchenne, la quantità di enzima
NOS, nel complesso di membrana della distrofina è enormemente ridotta e
addirittura il prodotto di quest’enzima, l’ossido nitrico, un gas biologicamente
attivo, non riesce a svolgere le sue molteplici funzioni ed la sua assenza
favorisce la degenerazione del muscolo. Un topo transgenico mdx con la normale
quantità di Ossido Nitrico Sintasi ha mostrato una marcata riduzione dei segni
tipici della patologia, come ad esempio l’infiammazione, le lesioni della
membrana e l’attività della creatin kinasi. Un trial clinico per testare
l’efficienza di farmaci anti-infiammatori nei pazienti Duchenne è in corso
(Tidball, Los Angeles).
Aumento della rigenerazione muscolare:
Dal momento che è conosciuto che la proteina insulin-like growth factor
(IGF-1), è in
grado di aumentare la sintesi proteica, sono stati fatti degli esperimenti per
determinare se essa potesse essere usata per migliorare la rigenerazione nel
muscolo distrofico. Sono stati creati dei topi distrofici che producessero
questo fattore in quantità abbastanza significative nei loro tessuti muscolari,
chiamati strophic muscle insulin-like
growth factor 1, mIGF1. La massa muscolare di questi topi transgenici è
aumentata di almeno il 40%, la fibrosi e il normale deterioramento muscolare
riscontrabile nel diaframma di topi mdx anziani e nei loro quadricipiti, era
sensibilmente ridotta e la rigenerazione del muscolo notevolmente aumentata
(Rosenthal, Roma).
Trasformare la pelle in muscoli:
La proteina galectina-1
si trova nel muscolo scheletrico e nei suoi precursori cellulari, mioblasti e
miotubi, e partecipa nei processi che conducono ad un nuovo tessuto muscolare.
Si è visto che i fibroblasti, che sviluppano in tessuto connettivo,
possono essere trasformati in fibre
muscolari se vengono cresciuti in colture cellulari contenenti galectina-1. I
fibroblasti sono stati ottenuti dalla pelle di topi neonati e feti umani. I
lavori stanno proseguendo e si cerca di determinare quali siano le condizioni ideali
per poter utilizzare fibroblasti provenienti da tessuti muscolari maturi.
Questi fibroblasti potrebbero essere prelevati facilmente da un paziente
Duchenne, potrebbero essere trasfomati in muscolo tramite la galectina-1,
quindi modificati geneticamente per sintetizzare una distrofina normale e
quindi trapiantati di nuovo nel paziente (Watt, London).
Glucocorticoidi, steroidi:
Sedici studi clinici in tutto il mondo hanno dimostrato
l’efficienza dei derivati del cortisone, specialmente
prednisone, nel ridurre la perdita di forza muscolare nei ragazzi
Duchenne. Quindi ci sono state indicazioni di un nuovo cortisonico, il
deflazacort, che aveva una azione simile ma minori effetti collaterali.
Dal 1992 al 1997, è stato fatto uno studio con la partecipazione di 14 centri in
Germania, in questo studio sono stati comparati gli effetti, nel mantenere la
forza muscolare, di due farmaci simili e rispetto al normale decorso della malattia.
Le dosi utilizzate sono
state 0.75 mg per kg di peso per giorno per il prednisone e 0.9 mg per kg e per giorno
per il deflazacort.
Entrambi i farmaci possono mantenere la forza per almeno due o tre anni ed in
casi isolati, possono prolungare la capacità di camminare oltre i 14 anni. Il
più grave effetto collaterale del prednisone è l’aumento di peso, (circa il 20%
dei pazienti). Con il deflazacort, ci sono stati rischi moderati di cataratta
(appannamento della lente dei nostri occhi) più facilmente che con il
cortisone. Entrambi i farmaci hanno avuto un effetto ritardante sulla
crescita, altri effetti sono stati insignificanti. Una volta interrotto il
farmaco, la degenerazione muscolare riprendeva e la crescita tornava alla
norma.
I risultati dello studio non permettono
ancora di decidere quale sia il migliore momento per iniziare il trattamento,
ad esempio prima dei 5 anni. I pazienti che desiderano iniziare questo trattamento
dovrebbero farlo nell’ambito di uno studio ben documentato per poter ottenere
maggiori informazioni possibili e garantire controlli estensivi a causa degli
effetti collaterali. Lo studio in Germania è proseguito con una documntazione
di lungo termine che include dati per alcuni pazienti che sono stati trattati
per più di sette anni (Reitter, Mainz).
Per minimizzare gli effetti collaterali,
sono stati intrapresi degli studi che prevedono la somministrazione del
farmaco non quotidiana, ma a giorni alterni (Topaloglu, Ankara),
oppure somministrando la dose settimanale in
due giorni consecutivi (Conolly, St. Louis), o periodicamente, ad
esempio tutti i primi dieci giorni di ogni mese (Dubowitz, London).
Nel Regno Unito, lo steroid trial group che comprende 16 centri neuromuscolari
pediatrici sta ipotizzando un vasto trial terapeutico con gruppo di controllo
con placebo, per determinare se i cortisonici siano o meno in grado di
prolungare la deambulazione e migliorare la qualità di vita. Saranno necessari
per questo trial almeno 190 ragazzi Duchenne, occorreranno circa tre anni per
poterli inserire nello studio e lo studio stesso durerà circa 8 anni. Verrà
proposto un trattamento intermittente (10 giorni si e 10 giorni no) a basso
dosaggio di prednisone presumibilmente (Muntoni, London).
Non si sa ancora perchè il prednisone,
oppure il simile prednisolone ed il deflazacort siano in grado di ritardare la
degenerazione del muscolo. Mentre una parte della loro azione certamente
coinvolge la loro azione antinfiammatoria, di sicuro esistono altri meccanismi
possibili. Analizzando l’attività di più di un migliaio di geni in topi mdx
trattati con prednisone mediante la tecnica dei micro-arrays, si è visto che
circa il 5% dei geni mostravano una attività ridotta o aumentata. Ulteriori
analisi del tracciato di espressione genica indotto dai glucocorticoidi nel
muscolo scheletrico potrebbero aiutare a sviluppare trattamenti più specifici
e meno tossici con questi farmaci. Si spera che questo possa condurre
a nuove opportunità terapeutiche (Muntoni, London).
L’oxandrolone, uno steroide
anabolizzante usato a volte dagli atleti, è stato verificato in uno studio su
51 ragazzi Duchenne. Il modesto miglioramento ottenuto non giustifica però il
suo uso al posto dei precedenti cortisonici (Fenichel, Nashville).
Creatina:
Un'altra
sostanza che forse può rallentare la degenerazione muscolare è la creatina, un
composto naturale che è utilizzato in grande quantità dagli atleti per
migliorare le proprie prestazioni. La creatina nella sua forma fosforilata,
fosfocreatina, fornisce energia non solo per la contrazione muscolare ma anche
per la rimozione del calcio superfluo, una delle cause della distruzione delle
fibre muscolari. Le sperimentazioni con i topi mdx hanno mostrato che la
creatina migliora la salute del muscolo e può fornire una base scientifica che
ne giustifichi l’utilizzo come integratore nella Duchenne
(Wallimann, Zürich; Rüegg, Lausanne).
Uno studio controllato, doppio cieco, con
8 ragazzi Duchenne, 10 Becker e 18 pazienti con altre malattie neuromuscolari
ha mostrato, dopo 8 settimane, che una dose quotidiana di 5 grammi di creatina
monoidrato nei bambini, e 10 grammi negli adulti, produce un leggero, ma
significativo effetto a breve termine sulla forza muscolare senza effetti
collaterali. Dovrebbero essere fatti ulteriori studi clinici per poter pensare
ad un utilizzo a lungo termine nei ragazzi Duchenne (Walter, München).
Studi clinici:
Studi clinici con ragazzi Duchenne saranno ancora sempre più
necessari in vista dell’aumento di risultati incoraggianti nelle
sperimentazioni animali. Dopo l’insuccesso del trapianto di mioblasti iniziato
nei pazienti Duchenne nei primi anni 90, i ricercatori sono ora molto cauti
nella pianificazione di queste sperimentazioni. Gli studi clinici che vengono
pianificati devono essere condotti attraverso fasi successive, delle quali la
prima, fase I, richiede già alcuni
anni e consiste nella dimostrazione che il nuovo trattamento non sarà
accompagnato da effettio collaterali indesiderabili. Solo successivamente,
ulteriori studi possono accertare se il trattamento sia realmente in grado di
migliorare o mantenere la forza muscolare, fase II, e quali siano
le dosi ottimali, fase III. Praticamente tutti questi studi devono
essere condotti come trials doppio cieco, cioè una metà dei pazienti
riceve la sostanza che
deve essere sperimentata mentre l’altra metà riceve un placebo, un composto
inattivo, e nè il paziente nè il medico che somministra il farmaco conoscono i
gruppi di appartenenza dei pazienti fino a che il trial non sia concluso ed i
risultati non siano stati esaminati. Questi studi e le procedure di
approvazione portano via una grande quantità di tempo, inoltre sono enormemente
costosi. Tuttavia ci sono esempi di trattamenti che raggiungono in breve i
pazienti come il Gleevec, il farmaco
che è stato approvato nel 2001 in pochi mesi senza prenderne in esame tutti
gli effetti collaterali dal momento che era stato dimostrato che esso era in
grado di curare circa il 90% dei pazienti affetti da leucemia mieloide cronica.
Nell’ambito del Cooperative International Neuromuscular Research Group, CINRG,
alcuni laboratori negli USA, in Canada, Belgio, Argentina, Australia, ed India
stanno conducendo studi clinici su ragazzi Duchenne con sostanze che hanno
mostrato risultati positivi in un programma di screening sul topo distrofico.
Sono già iniziati degli studi con la creatina e la glutamina. Un trial con il
coenzima Q10 in ragazzi trattati con cortisone è iniziato nell’agosto del 2001,
un altro in pazienti già in carrozzina è stato pianificato. Uno studio pilota con
oxatomide è iniziato nell’aprile 2002 ed uno con pentossifillina è iniziato nel mese di
giugno 2002. Ulteriori trials partiranno nel 2002 con taurina,
carnitina ed acido nicotinico. Inoltre, sono in
preparazione numerosi studi di efficienza e di tossicità per molti potenziali
farmaci nei topi e nei cani distrofici. Per la valutazione e la documentazione
di questi studi, sono state sviluppate delle procedure di controllo standard.
Non vengono misurate solo le funzioni muscolari ma altri parametri, come ad
esempio la qualità di vita. Alcuni metodi sono stati modificati in modo tale da
poter essere utilizzati per pazienti molto giovani o adulti (Escolar, Washington).
L’organizzazione CINRG sta
incontrando alcuni problemi nel trovare abbastanza pazienti che decidano di
partecipare a questi trials. I pazienti che desiderano partecipare, aldifuori
degli Stati Uniti, possono eventualmente contattare i centri CINRG più vicini.
Controllo delle CK:
In Germania, bambini in età presintomatica (da 1 a 6 mesi di
età), affetti da Duchenne e Becker, possono essere diagnosticati in un
programma di screening volontario delle CK, in cui viene misurata la quantità
di enzima creatin kinasi in una goccia di sangue. Dal 1974, più di 500,000
neonati sono stati esaminati e sono stati diagnosticati 130 ragazzi affetti da
Duchenne (1:3,800) e 28 affetti da Becker (1:17,900). Questi programmi saranno
necessari in futuro, perchè i progressi nella ricerca terapeutica porteranno a
studi su pazienti molto piccoli che non mostrano segni clinici e i cui muscoli
sono ancora per lo più intatti. Un futuro trattamento sarà probabilmente in
grado di fermare o di ritardare il processo distrofico, ma non di rimpiazzare
il tessuto già perso (Scheuerbrandt, Breitnau/Freiburg).
Processi simili di screening sono stati
condotti nel Wales (Bradley, Cardiff),
in Belgio (Eyskens, Antwerpen),
a Cipro (Drousiotou, Nicosia), ed in
Canada (Greenberg, Winnipeg).
Quando ci sarà una terapia?
La distrofia Duchenne è sempre esistita negli
uomini e negli animali che hanno il muscolo scheletrico. E’ stata descritta
correttamente per la prima volta nel 1851 dal medico inglese Edward Meryon.
Tuttavia, deve il suo
nome al medico francese Duchenne de Boulogne, che descrisse nel 1861,
non solo i sintomi, ma anche la sua
istologia. Le modalità della sua ereditarietà, sono state scoperte intorno
all’inizio del 20° secolo, quando fu riconosciuto un possibile difetto sul
cromosoma X. Solo nel 1986 è stato identificato il gene responsabile della
malattia, il gene della distrofina, (Kunkel,
Boston) e poco dopo fu caratterizzata la proteina stessa,
(Hoffman, Washington), che manca nei ragazzi Duchenne. Il rapido
sviluppo della ricerca genetica ha dato speranze che presto si sarebbe potuto
rimpiazzare o riparare il gene e quindi curare la malattia.
Ma questo ottimismo era prematuro. I
primi studi nel 1991 con il trapianto dei mioblasti hanno mostrato che questa
tecnica, che sembrava promettente nei topi, era inutile nei ragazzi Duchenne.
Ora, più di sedici anni dopo la scoperta del gene, non c’è ancora una terapia.
Come questo rapporto può testimoniare, il lavoro di ricerca viene svolto
mediante più di 30 modalità differenti che sono applicate nei topi e nei cani
distrofici, ed alcuni addirittura in ragazzi Duchenne. Tuttavia, questi studi
richiedono molto tempo e l’approvazione di un trattamento richiederà ancora
molti anni.
Tutte queste necessità devono essere
prese in considerazione e devono essere condotti ulteriori studi per poter
raccogliere la maggior quantità possibile di dati prima di poter fare qualsiasi
previsione sul "quando" sarà possibile avere una terapia sicura. La risposta a
questa domanda è la più importante per le famiglie e per i loro figli,
probabilmente saranno ancora necessari molti anni prima che si possa
sconfiggere questa malattia. Questo è meno di ciò che si sperava, questo è
l’aspetto negativo di questo difficile problema, quello positivo è che
centinaia di ricercatori preparati ed ostinati in più di 60 laboratori in
tutto il mondo stanno cercando una cura:
perciò siamo sicuri che, prima o poi, ci sarà un trattamento efficace.
Ricercatori menzionati in questo rapporto:
I ricercatori sono elencati in ordine
alfabetico, con i loro indirizzi abbreviati, e senza i loro titoli. Molti di
loro sono professori, tutti hanno un MD o PhD. I loro numerosi collaboratori
non sono menzionati per ragioni di spazio. Molte pubblicazioni originali, che
contengono i nomi di tutti i membri di un gruppo di ricerca, possono essere
richieste direttamente all’autore di questo rapporto.
Richard J. Bartlett, National Institutes of Health, Bethesda, MD
Laurent Bernheim, Hôpital Cantonal Universitaire, Genève
Don Bradley, University Hospital of Wales, Cardiff
Serge Braun, Transgène S.A., Strasbourg
Kevin P. Campbell, University of Iowa College of Medicine, Iowa City, IA
Jeffrey Chamberlain, Dept. of Neurology, University of Washington, Seattle, WA
Paula Clemens, Dept. of Neurology, University of Pittsburgh, Pittsburgh, PA
Anne Conolly, Dept. of Pediatric Neurology, Washington University, St. Louis, MO
Judith C. T. van Deutekom, Dept. of Human Genetics, Leiden University Med. Center, Leiden
Kay Davies, Dept. of Genetics, University of Oxford, Oxford
J. George Dickson, Royal Holloway College, University of London, Egham, Surrey
Anthi Drousiotou, Cyprus Institute of Neurology and Genetics, Nicosia
Victor Dubowitz, Imperial College School of Medicine, Hammersmith Campus, London
Diana Escolar, Children's National Medical Center, Washington, DC
François Eyskens, Centrum voor Opsporing van Metabole Aandoeningen, Antwerpen
Michel Fardeau, Institut de Myologie, Paris
Gerald M. Fenichel, Vanderbilt University Medical Center, Nashville, TN
Raimond Fenwick, Quest Diagnostics, San Juan Capistrano, CA
Kenneth Fischbeck, Neurogenetics Branch, National Institutes of Health, Bethesda, MD
Kevin M. Flanigan, Dept. of Neurology and Pathology, University of Utah, Salt Lake City, UT
Stanley Froehner, Dept. of Cell Physiology, University of North Carolina, Chapel Hill, NC
Jean-Marie Gillis, Dept. de Physiologie, Université de Louvain, Bruxelles
Cheryl Greenberg, Cadham Provincial Laboratory, Winnipeg, Manitoba
Eric Hoffman, Children's National Medical Center, Washington, DC
Paul C. Holland, Montreal Neurological Institute, McGill University, Montreal
Johnny Huard, Children's Hospital, University of Pittsburgh Medical Center, Pittsburgh, PA
Bernard J. Jasmin, Center of Neuromuscular Diseases, University of Ottawa, Ottawa
Robert Kapsa, Melbourne Neuromuscular Research Institute, Melbourne
George Karpati, Montreal Neurological Institute, McGill University, Montreal
Stephen Kaufman, Dept. of Cell and Structural Biology, University of Illinois, Urbana, IL
Louis Kunkel, Harvard University, Children's Hospital, Boston, MA
Hanns Lochmüller, Genzentrum der Universität, München
Ryoichi Matasuda, Dept. of Life Sciences, University of Tokyo, Tokyo
Fulvio Mavilio, Dept. of Biomedical Sciences, University of Modena School of Medicine, Modena
Lynn Megeney, Health Research Institute, University of Ottawa, Ottawa, Ontario
Thomas Meier, MyoContract Pharmaceutical Research AG, Basel
Jerry Mendell, Dept. of Neurology, Ohio State University, Columbus, OH
Clemens Müller-Reible, Humangenetisches Institut, Biozentrum der Universität, Würzburg
Francesco Muntoni, Dept. of Paediatrics, Imperial College School of Medicine, London
Gertjan B. van Ommen, Dept. of Human Genetics, Leiden University Medical Center, Leiden
Terrence Partridge, Muscle Cell Biology Group, Hammersmith Hospital, London
John Quinlan, University of Cincinnati, OH
Thomas Rando, Dept. of Neurology, Stanford University School of Medicine, Palo Alto, CA
Peter Ray, Division of Molecular Diagnostics, The Hospital for Sick Children, Toronto, Ontario
Nadia Rosenthal, European Molecular Biology Laboratory, Monterotonde, Roma
Bernd Reitter, Kinderklinik der Universität, Mainz
Urs T. Rüegg, Ecole de Pharmacie de l'Université, Lausanne
Günter Scheuerbrandt, Testlaboratorium Breitnau, Breitnau bei Freiburg
Rainer Storb, Fred Hutchinson Cancer Research Center, University of Washington, Seattle, WA
Alfred Stracher, Dept. of Biochemistry, State University of New York, Brooklyn, NY
H. Lee Sweeney, Dept. of Physiology, University of Pennsylvania, Philadelphia, PA
James G. Tidball, Dept. of Physiological Sciences, University of California, Los Angeles
Haluk Topaloglu, Dept. of Child Neurology, Hacettepe Children's Hospital, Ankara
Theo Wallimann, Institut für Zellbiologie, Eidgenössische Technische Hochschule, Zürich
Maggie C. Walter, Friedrich-Baur-Institut, Medizinische Klinik der Universität, München
Diana Watt, Dept. of Neuromuscular Diseases, Charing Cross Hospital, London
Dominic Wells, Dept. of Neuromuscular Diseases, Imperial College of Medicine, London
Steve Wilton, Australian Neuromuscular Research Institute, University of Western Australia, Perth
Jon Wolff, Dept. of Pediatrics, University of Wisconsin Medical School, Madison, WI
Günter Scheuerbrandt, PhD.
Im Talgrund 2,
79874 Breitnau
Germania
e-Mail: gscheuerbrandt@t-online.de
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Dystrophin complex
Reproduced by permission from Nature 415, 228, 2002,
copyright Macmillan Publishers Ltd.,
http://www.nature.com
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